di Lorenzo Nguyen

Tra coetanei e soprattutto tra non frequentanti di ambienti musicali, capita spesso di imbattersi in espressioni quali ‘La musica classica è passata’ o ‘La musica classica è morta’. Niente di più paradossale alle orecchie di chi invece nella musica classica si immerge e vive. La contraddizione di questo tipo di frasi è intrinsecamente legata al suo stesso significato: con musica classica o, in generale, con classico, si intende, come direbbe Calvino, un modello insuperabile e insuperato che diviene per sua naturale grandezza cardine e punto di riferimento per tutte le generazioni a venire. I classici sono le fondamenta della civiltà occidentale, i pilastri su cui si regge il patrimonio sociale, culturale, etico dell’umanità. Non vi si può prescindere, perché misconoscere i classici significa rinnegare il proprio passato e, di conseguenza, se stessi. È classica l’Atene democratica di Pericle, sono classici i drammi di Shakespeare, la Divina Commedia e i Promessi Sposi, i dipinti di Caravaggio e gli edifici di Bernini. Ed è classica molta musica. Si capisce dunque che dire ‘La musica classica è passata’ valga l’affermazione ‘Ciò che non può passare è passato’, puro nonsense! Passano compositori, pittori, poeti, ma la loro opera rimane.
Eppure, perché queste frasi spopolano, soprattutto tra i giovani? Che sarebbe come chiedersi, come mai diversi giovani non riescono ad apprezzare la musica classica? È evidente che dalla seconda metà del secolo scorso si sono affacciati nuovi generi musicali (dal Rock al Pop, fino alla musica House) che meglio vengono incontro alle esigenze delle nuove generazioni, ma questa spiegazione non è esaustiva, perché parallelamente i romanzi di successo degli ultimi anni non hanno ridotto la fruizione dei grandi Classici del passato, ma vi si sono affiancati.
La risposta probabilmente risiede nella grande falla del modello d’istruzione italiano che esclude, salvo qualche misera ora alle medie, la musica dai programmi scolastici pubblici, con il risultato che l’età media del pubblico nelle sale continua ininterrottamente ad alzarsi. Non è assurdo che al liceo vengano insegnate storia della letteratura, storia delle arti figurative (pittura, architettura, scultura), storia della filosofia, ma non storia della musica? Eppure l’Italia da sé vanta tra i massimi compositori mondiali, ha posto le basi dei sistemi tonali e armonici, l’opera tota nostra est, ma questo patrimonio viene svalutato sorprendentemente da chi crede che l’amore per l’arte sia innato e spontaneo. Il problema è l’incapacità di saper trasmettere l’interesse per la musica classica anche a chi non vi si avvicina come esecutore. L’insegnamento della storia della musica nelle scuole superiori, quando non è del tutto assente, è da attribuirsi all’attività di qualche professore illuminato di lettere o filosofia che ne riconosce l’importanza. L’alternativa per costruirsi una conoscenza elementare di musica classica come ascoltatore è un percorso impervio da affrontare da autodidatta. È evidente che ciò non basta a formare un nuovo pubblico adatto a godere della bellezza che solo quest’arte riesce a offrire.
I nostri avi erano legati in maniera differente alla musica classica rispetto a noi. Fino a qualche secolo fa, la musica era un fenomeno culturale contemporaneo, che veniva percepito vicino al presente come espressione dell’ambiente culturale. Era dunque logico che i giovani fossero portati dal contesto in cui vivevano a divenire ascoltatori naturali. Un esempio: l’opera di Verdi, al di là dei valori musicali, veicolava, consciamente o no, una specifica funzione patriottica, ossia di sviluppare quei sentimenti di unità nazionale di un’Italia al tempo culturalmente smembrata. I giovani pertanto ritrovavano i loro ideali proprio nel Nabucco o ne’ I lombardi alla propria crociata.
La situazione attuale è invece profondamente diversa: non c’è più filo diretto tra le nuove generazioni e la musica classica, pertanto diviene necessaria l’educazione all’ascolto nelle scuole. La musica, una lingua universale al massimo grado, nonostante il grande potere di sedurre gli ascoltatori, oggigiorno, a detta di molti giovani, appare ormai lontana e incomprensibile. Gli esiti di ciò sono drammatici, sia sotto un profilo culturale, sia per i musicisti stessi, che in capo a qualche decennio potrebbe vedere drasticamente ridotto il pubblico di sala e, di conseguenza, le possibilità di lavoro. Il M. Muti ha più volte sottolineato come l’educazione all’ascolto sia più importante dell’educazione allo strumento, ora che la musica classica non rappresenta più il sentire di un’epoca.
L’invito è quindi quello di battersi affinché l’assenza di stimoli all’ascolto della musica classica non conduca al calo dei fruitori di un patrimonio di inestimabile bellezza, straordinaria storia e imprescindibili valori umani.

One thought on “Quanto sanno ascoltare le nuove generazioni?”

  1. Bellissima analisi , mi è piaciuto soprattutto il paragone tra la musica che non può morire perché non muoiono la pittura, la poesia , l’architettura. Si possono solo inaridire i cuori e le menti. Noi intanto teniamo fertili e accesi i nostri, anche per gli altri

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