di Claudio Berra e Francesco Massimino

Claudio Berra

“Chopin e Skrjabin rappresentano sicuramente i due autori con i quali mi sento più in sintonia, almeno per il momento. La scelta di questo programma è stata dettata dalla necessità di misurarmi con due opere che rappresentassero in pieno tali compositori.
Nella Sonata op. 58 c’è tutto Chopin: dall’estrema ricchezza e maestosità del primo movimento, alla fierezza del quarto, passando attraverso il brillante virtuosismo del secondo e l’incredibile atmosfera sognante del terzo. Tra i brani di Chopin che ho studiato, questo è certamente quello che mi ha fatto maturare di più. In questa sonata, infatti, come in tutta la musica di Chopin, le difficoltà tecniche sono utilizzate come veicolo espressivo. Risulta facile, quindi, perdere di vista il “filo del discorso”, rimanendo affascinati dalla bellezza dei temi.
La Sonata op. 53 di Skrjabin, invece, è il capolavoro che spalanca le porte al suo secondo periodo compositivo ed è sicuramente uno dei brani più complessi che abbia mai studiato: è musica che spinge il pianoforte oltre i limiti delle sue possibilità e che richiede una concentrazione fuori dal comune.
Il grande pianista Sviatoslav Richter, una volta, disse: “Skrjabin non è il tipo di compositore che consideri il tuo pane quotidiano, ma un forte liquore con il quale ti puoi ubriacare periodicamente, una droga poetica, un cristallo che si rompe facilmente”.
Quando anni fa ascoltai per la prima volta la musica di Skrjabin, ricordo che rimasi come accecato: fu amore a prima vista. Skrjabin è sicuramente una delle figure più affascinanti e peculiari nella storia della musica. La quinta sonata è, a parer mio, una tappa indispensabile per chiunque desideri addentrarsi nel mondo Skrjabiniano. Si tratta di un universo nel quale la musica è colore e profumo, sempre strettamente collegata alla concezione filosofica del compositore russo, secondo la quale l’artista assume il ruolo di Demiurgo, capace di manipolare la realtà a suo piacimento.”


Francesco Massimino

“Ho colto L’opportunità di esibirmi per il Gran Galà del Conservatorio prima di tutto come una sfida per me stesso, in quanto il mio modo di suonare è sempre stato definito molto emotivo e poco razionale. In tal senso va vista la scelta di eseguire la Sonata di Valentini e la Suite di Bach.
La Sonata in Mi maggiore fu arrangiata nella versione per violoncello e pianoforte da Alfredo Piatti, mentre, nella versione di Valentini, era il primo dei 12 Allettamenti da camera. Si tratta dunque di un brano di periodo barocco rivisitato da un violoncellista che nacque in ambiente romantico. Ciò riesce percepibile anche ad un primo ascolto ed é forse proprio un dei tratti distintivi e più curiosi il tentativo di sintesi di due concezioni musicali così differenti, la razionalità barocca e il pathos romantico.
L’approccio allo studio della Suite n.3 di Bach è stata un’esperienza unica. Anche qui il principale problema è stato quello di confrontarsi con un autore che fa della razionalità una delle caratteristiche principali, ma mi sono reso conto che ogni Suite è un microcosmo in perfetta armonia che non eccede né difetta di nulla, di cui ogni danza è elemento necessario e sufficiente. L’aspetto più interessante è stato scoprire della capacità di Bach di orchestrare un brano costruito su una sola linea, di creare polifonia in una quartina di semicrome.
Tutto sembra procedere come un flusso che non potrebbe avere altra direzione.
Il Pezzo Capriccioso op.62 di Čajkovskij è stato un mio sfizio, è un brano che ho sempre amato per il suo slancio passionale, dato da linee molto melodiche, e per le sezioni virtuosistiche. Capriccioso non significa tuttavia spensierato, a dominare é la sobrietà come risultato delle sofferenze del compositore. Per cercare di eseguirlo al meglio ho cercato di raccogliere tutte il mio vissuto e le mie sofferenze e trasporli nel brano.”

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