Quando nelle prime ore del pomeriggio del 9 maggio 1978 fu diffusa la notizia del ritrovamento a Roma in via Caetani del corpo senza vita dell’Onorevole Aldo Moro, le lezioni presso il Conservatorio A. Vivaldi di Alessandria (dove studiavo e da dove iniziavano i miei primi malfermi passi nell’insegnamento) furono sospese e la scuola chiusa.

Noi studenti avevamo già sperimentato momenti drammatici qualche anno prima, nel 1974, quando a pochi isolati dal Conservatorio si era consumata, nell’ambito delle grandi proteste all’interno delle carceri italiane, la terribile vicenda del sequestro di civili e operatori da parte di detenuti, che sfociò in poche ore in una carneficina.

Fu un trauma per tutti, ma non fu il primo e nemmeno l’ultimo.

 

Quei tragici anni, soprattutto nelle grandi città del Nord dove maggiormente risultavano palpabili le grandi difficoltà, i dissensi, le ingiustizie, erano consumati quotidianamente da atti terroristici;  dalle metropoli partiva una sorda rabbia (nella sua essenza non ingiustificata), che vedeva il mondo operaio incarcerato in complessi giochi di interesse e di potere, di sfruttatori e sfruttati e dove la politica pareva essere schierata dalla parte dei padroni e di quel potere (soprattutto extranazionale) contrario ad ogni forza di sinistra, che veniva percepito, non troppo a torto, come una diretta emanazione degli anni del fascismo: come se la guerra di Liberazione non avesse lasciato di sé più alcuna traccia ed una nuova guerra andasse combattuta…

 

Quella rabbia, che vedeva soprattutto i giovani rivoluzionari di sinistra in prima linea, giovani che si sarebbero macchiati anche di crimini inaccettabili, si era ormai diffusa da tempo ed era culminata simbolicamente proprio quel 9 maggio.

La morte dell’On. Aldo Moro fu la tragica cadenza conclusiva di oscuri fraseggi iniziati cinquantacinque giorni prima, il 16 marzo, quando dopo l’uccisione dei cinque uomini della scorta il Presidente della Democrazia Cristiana era stato rapito.

In quel lungo/breve lasso di tempo a noi giovani musicisti, studenti pendolari che da Torino facevamo il viaggio in treno per Alessandria, non restava che leggere i comunicati dei rapitori e discutere e ridiscutere, mentre si andava formando sempre più una coscienza, una sensibilità piena di interrogativi, consapevoli come eravamo che quanto accadeva ci avrebbe segnati in qualche modo per sempre.

 

Allora, come ancora oggi un po’accade, gli studenti di musica sembravano vivessero assorbiti solo da un Eldorado autoreferenziale estraneo agli eventi sociali; ma non era così o forse semplicemente bastava attendere che quelle forti emozioni sedimentassero e diventassero anche, soprattutto, impegno civile, necessario oggi più che mai anche nelle aule dei nostri pacifici Conservatori. Il musicista deve essere anche testimone politico del suo tempo e noi,

i vecchi, abbiamo il dovere di accompagnare e favorire questa crescita attraverso la nostra testimonianza, il nostro esempio.

 

Ripercorrendo con la mente quei lontani quarant’anni passati, molte sono le domande che non hanno avuto ancora risposta da tanto smisuratamente vasto e complesso appare lo spazio angusto in cui era, ed è, detenuta la vita di Aldo Moro e di quanti hanno sacrificato la loro spesso giovane esistenza. Quella storia è la storia dell’Italia di quegli anni e quei silenzi ci riguardano ancora tutti: è proprio quell’assenza a imporci di non dimenticare mai e di perseguire, ora e sempre, quel briciolo di verità che tutti noi, cittadini, dal nostro Paese con pieno diritto pretendiamo.       C M

 

A memoria di quei tragici avvenimenti la Redazione di Allegroblog del Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino (Lorenzo Nguyen e Gianmarco Moneti) ha intervistato Enrico Rossi, Ispettore Digos in quiescenza, soggetto ispiratore del libro “L’Honda anomala” (Bibliotheka Edizioni Roma 2017) scritto da Pietro Ratto su un aspetto irrisolto del caso Moro.

Dal momento che la sua ricca esperienza non poteva esaurirsi nelle poche parole di un solo articolo, si è deciso di suddividere l’intervista in più puntate, trattando i diversi temi affrontati nell’incontro, dal clima di tensione a Torino sino al caso Moro nei dettagli.

 

Gentile Ispettore, in occasione del quarantennale sul caso Moro, ci vuol offrire il suo punto di vista sulla situazione politica degli anni ‘70?

La situazione storica è senz’altro complessa, ma posso affermare che l’uccisione di Moro ha determinato un indirizzo del paese diverso da quello che sarebbe stato se non l’avessero ucciso. Moro secondo me è stato il più grande statista del dopoguerra della nostra epoca, dotato di grande lungimiranza politica. L’ho scoperto leggendo i suoi discorsi. La sua visione europeista era d’avanguardia, aveva capito che solo un accordo con i due principali blocchi politici dell’epoca poteva portare alla pace sociale dopo una lunga crisi, alla modernizzazione dello stato, alla politica innovativa e in quest’ottica va letto l’avvicinamento al Partito Comunista che si stava in quegli anni avviando alla fase dell’eurocomunismo. Erano posizioni che non potevano piacere a tutti.

Sappiamo che lei ha lavorato proprio a Torino in quegli anni, ci racconti il clima.

Li ho vissuti da giovane, allora la polizia di stato si chiamava Corpo delle guardie di Pubblica sicurezza, retaggio storico. Io sono arrivato verso la fine degli anni 70. Ero un nordista, dal Lago Maggiore. Torino era una città con tre tratti unici e distintivi: la Fabbrica, chiamata la Feroce, il Terrorismo, soprattutto di matrice di sinistra e la Paura. La paura era di tutti, perché in città si sparava molto e si moriva indiscriminatamente.

Ci sono dei fatti che possono essere esemplifichi per comprendere la situazione, anche vissuti da lei in prima persona?

Certo, voglio ricordare uno studente rimasto ucciso, quasi senza accorgersene, nel contesto di uno scontro armato. Lui rientrava come tutti i giorni a casa in Via Millio e si è trovato in mezzo ad una sparatoria fra un gruppo di terroristi di Prima Linea e una volante della polizia, attirata da una telefonata di un bar. Non ho assistito a quest’episodio ma ho appreso la dinamica dei fatti di via Millio dai due colleghi che si trovavano sulla Volante 7, in quanto presi il posto del gregario che fu trasferito dopo l’attentato. Questo studente, Iurilli, 18 anni, è stato colpito a morte davanti agli occhi di sua madre, che era appena uscita sul balcone dopo aver sentito gli spari.

Ho perso anche due colleghi, Salvatore Lanza e Salvatore Porceddu, rispettivamente di origine sarda e siciliana. In quegli anni sotto il carcere di Torino, chiamato “Le nuove”, c’era un furgoncino in cui dei poliziotti facevano vigilanza. La posizione era esattamente di fronte alla sede della casa penitenziaria. Si era di fatto obiettivi facilissimi per i terroristi. Quei due, miei coetanei, erano seduti durante il loro turno di sorveglianza sul furgoncino, quando sono stati uccisi da una sventagliata di mitra, anche loro, senza alcuna colpa.

C’è un altro episodio tremendo in Via Po che voglio raccontare, a cui non ero presente, ma che ritengo esemplifico: a seguito di una manifestazione organizzata da Lotta Continua, si decide di dirigersi in via Po verso un bar ritenuto covo di elementi di destra. Ai tempi i cortei erano diversi da quelli odierni, molto più affollati e pericolosi. Dal corteo si stacca armata l’ala dura e inizia a lanciare molotov nel bar. Qui dentro c’era Crescenzio. Crescenzio studiava ingegneria e faceva l’operaio, non era un militante di destra, ma un ragazzo normale che stava solo prendendo un caffè. E’ uscito praticamente bruciato vivo e si è seduto in Via Po. E’ morto due giorni dopo. Lui è uno dei tanti cittadini che hanno pagato, pur senza aver fatto nulla.

Si può proprio dire che la paura fosse respirabile per strada.

Certamente. A Torino negli anni ’70, tra BR e Prima linea, ci saranno stati oltre 20 omicidi, 30-40 ferimenti e attentati innumerevoli. Quasi ogni giorno succedeva qualcosa. Io avevo la vostra età e dormivo in caserma e, quando si usciva la mattina, si usciva con la pistola. D’inverno con il cappotto la toglievamo dalla fondina e la mettevamo in tasca. Alcuni nostri colleghi erano stati uccisi proprio nel tragitto tra l’uscita e la fermata dell’autobus. Erano uccisi vigliaccamente, alle spalle. Questo perché bisogna aver coraggio a sparare di fronte. C’è da constatare che al di là di Via Fani, tutte le altre azioni omicide sono state in realtà molto semplici, in quanto si uccidevano persone disarmate senza che avessero modo di accorgersi del pericolo.

Si può dire che Torino fosse un caso unico o la situazione si presentava analoga in tutte le grandi città?

A Torino in particolare perché era una città prevalentemente operaia e a Mirafiori lavoravano in 60 mila. La mattina per il turno dalle 6 alle 14 iniziavano ad arrivare decine di tram numero 10, in Corso Agnelli c’era la coda di tram. Senza considerare Chivasso e altre realtà industriali della zona. In generale i gruppi terroristici hanno operato nelle città industriali – principalmente Torino, Genova e Milano-, benché le BR avessero colonne anche altrove. La realtà di Torino è unica, di notte si spegneva completamente, dormiva, non c’era nessuno, mentre di giorno si percepiva un’aria strana. Il numero di azioni qui è stato molto rilevante e sono stati uccisi numerosi magistrati e giornalisti. In altre parti d’Italia non c’era percezione del terrorismo.

Quindi molto forte è stata l’incidenza del proletariato.

Sicuramente. Le BR hanno scelto Torino proprio per la valenza proletaria. Infatti le BR, oltre ad essere un’organizzazione rivoluzionaria armata di ispirazione marxista-leninista, sono in principio operaiste, ossia hanno nucleo nella fabbrica, non nel movimento, come capitò ad esempio a Lotta Continua, l’organizzazione movimentista da cui nasce Prima Linea. I Brigatisti escono soprattutto dalla fabbrica, mentre quelli di Prima linea anche dalla borghesia, come il figlio di Donat-Cattin, famoso esponente della DC.

Come erano strutturate le BR?

Le Brigate Rosse erano strutturare in cellule, brigate, colonne, fronti ed erano dirette da un Vertice di direzione strategica e da un Comitato esecutivo. La prima dava l’indirizzo politico all’organizzazione, mentre il secondo si occupava dell’organizzazione logistica. Era dunque un’organizzazione verticistica ma compartimentata. Pochissimi appartenenti all’organizzazione avevano contatti con più colonne, perché si voleva evitare di cadere in blocco se qualcuno fosse stato arrestato. Usavano dei metodi particolari per vedersi. Ad esempio avevano punti stabiliti in cui si recavano ogni settimana senza appuntamento finché non si presentava un interlocutore.

Come finisce il fenomeno BR?

La situazione evolve quando negli anni 80 si arrestano Patrizio Peci e Rocco Micaletto. Le BR sono infatti state sconfitte grazie al pentitismo, non alle indagini. Nell’’82 è stata promulgata la legge sui collaboratori di giustizia, ma il pentitismo nasce già nell’’80 e il primo è Peci. Precedentemente gli unici arresti erano stati quelli nel ‘75 di Curcio e Franceschini, attraverso l’infiltrazione di soggetti vari nelle BR a Pinerolo. Tuttavia era rimasto un caso isolato perché i due si erano rifiutati di collaborare.

Con le dichiarazioni di Peci si viene a conoscenza della realtà brigatista, che prima a livello investigativo era semisconosciuta. La polizia degli anni 70 era ingessata, di tipo sovietico e non dinamica nelle indagini.

Il declino delle BR in termini di colonne avviene dopo l’arresto di Peci, che collabora. Grazie ai suoi verbali girati alla Digos, arriviamo all’arresto di Sandalo, esponente di Prima Linea, che decide di collaborare e permette di smantellare Prima Linea con 300 arresti. Queste collaborazioni si traducono nella legge sui collaboratori di giustizia. Vengono riconosciuti disgravi di pena e anche elargizioni in denaro per collaborazioni. Essa distingue chi è collaboratore di giustizia in toto, chi si colloca nell’area dei dissociati, che raccontano quello che hanno fatto ma non forniscono dichiarazioni su altri soggetti e che è irriducibile, ossia che non fornisce collaborazione. Dagli anni ’80 con gli arresti e inizia il declino, anche dovuto a fratture interne, la principale è quella tra Brigate Rosse Unione Comunisti Combattenti (di tipo movimentista) e Brigate Rosse Partito Comunista Combattenti (di tipo militarista). Ma il vero elemento determinante della vita delle BR è segnato dal caso Moro.

 

 

 

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