Dopo aver riportato alla memoria la situazione politica degli anni ’70, con particolare riferimento al

terrorismo delle Brigate Rosse, eccoci al nostro secondo appuntamento sul Caso Moro, andando

così a ripercorrere i fatti che accaddero tra il 16 marzo 1978, giorno del sequestro di Aldo Moro, e

il 9 maggio 1978, giorno in cui fu ritrovato il corpo esamine dell’onorevole.

Continua così l’intervista all’ex ispettore Digos Enrico Rossi, soggetto ispiratore del libro “L’Honda anomala” (Bibliotheka Edizioni Roma 2017) scritto da Pietro Ratto su uno degli aspetti irrisolti del caso Moro, al fine di non dimenticare e cercare, nei nostri limiti, di capire una vicenda tanto lontana ma pur sempre vicina alla nostra identità di cittadini.

 

Le informazioni sul sequestro e i cinquantacinque giorni di prigionia come sono state rese note e soprattutto come sono cambiate nel tempo?

 

Le modalità dell’azione del sequestro, come le conosciamo oggi, sono state raccontate da Valerio Morucci e Adriana Faranda in un memoriale scritto dopo la decisione di dissociarsi dalla lotta armata, mentre gli altri brigatisti presenti in via Fani sono rimasti fermi  sulle loro posizioni e non hanno mai collaborato con l’Autorità Giudiziaria.

 

Il racconto di Morucci è maturato a seguito di alcuni incontri in carcere tra quest’ultimo, la Faranda e Remigio Cavedon, vice direttore del quotidiano della Democrazia Cristiana, “Il Popolo”, grazie all’intercessione di Suor Teresilla, la suora dei detenuti. La necessità del memoriale è nata dall’esigenza di avere una verità plausibile che neutralizzasse i dubbi e le incongruenze che stavano emergendo riguardo alla vicenda del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro. Ritengo pertanto che sia stata elaborata l’idea di offrire la libertà in cambio di una verità parziale che si è modifica nel corso degli anni con l’aggiungersi di altri soggetti presenti in via Fani, che Morucci  aveva “dimenticato”. Il caso più eclatante è stato l’arresto, a distanza di anni, del cosiddetto “quarto uomo”, Germano Maccari, carceriere  di Moro insieme a Prospero Gallinari, Anna Laura Braghetti.

Morucci e Faranda lo hanno identificato dopo molte riluttanze, quando ormai era certa la sua appartenenza alle Brigate Rosse.

Nei giorni successivi al sequestro, all’interno delle Brigate Rosse si aprì un dibattito sull’opportunità o meno di uccidere Aldo Moro. La fatale decisione provocò una spaccatura tra Moretti (favorevole all’uccisione dell’onorevole) e Morucci-Faranda (contrari), che portò all’uscita di questi ultimi dalle BR dopo l’omicidio del sequestrato.

 

Chi furono però gli artefici dell’omicidio?

 

Adriana Faranda afferma che furono Maccari insieme a Moretti, ma inizialmente se ne assunse la responsabilità Prospero Gallinari. Dopo alcuni anni però Moretti affermò che non era stato Gallinari, per alleggerirne la posizione carceraria in seguito alla malattia, e se ne assunse la colpa. Ma rimaneva il problema del secondo assassino, dato che le armi utilizzate per l’omicidio erano state due!

La responsabilità giudiziaria del secondo assassino è stata attribuita a Germano Maccari, deceduto in carcere. Al riguardo sarebbe interessante conoscere la versione degli altri brigatisti, tra cui, Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono, presenti in via Fani e condannati all’ergastolo, da anni latitanti all’estero…

Recentemente, dai lavori della Commissione Moro (audizione di Monsignor Fabio Fabbri) è emersa un’altra possibile verità riguardo all’omidio di Moro: uno degli autori potrebbe essere stato Giustino De Vuono, ex legionario e brigatista, sospettato da tempo di aver partecipato all’azione di via Fani.

Tornando a Via Fani, chi era presente al sequestro?

 

L’attuale verità storica e giudiziaria su via Fani è quella parziale di Valerio Morucci, ma una verità completa non c’è ancora poiché permangono molti aspetti oscuri ed irrisolti. Dalla lettura della relazione conclusiva della Commissione Moro si evincono alcune novità che rappresentano ulteriori indizi, ma non prove certe: la presenza di un personaggio legato all’ ‘Ndrangheta, Antonio Nirta detto ‘Ntoni due nasi (che avrebbe potuto avere il compito di supporto all’azione brigatista e del quale aveva già parlato in passato un pentito della cosca, Saverio Morabito) ed il ruolo del Bar Olivetti, prospiciente il luogo del rapimento e dell’eccidio in via Fani, fallito in circostanze mai chiarite poco prima del sequestro e di proprietà di un pregiudicato in contatto con i Servizi italiani, che potrebbe essere stato utilizzato dai brigatisti come base di appoggio ed infine la presenza di un’autovettura Mini Minor parcheggiata sul lato destro di via Fani che ha impedito all’autista dell’auto di Moro di sfuggire all’agguato.

 

 

Oltre alla presenza di ‘ndranghetisti, quali altri particolari fanno intendere che non ci fossero solo uomini delle BR?

 

La presenza di una moto Honda con due uomini a bordo è accertata giudiziariamente e inserita nelle sentenze dei processi Moro in base alle numerose testimonianze al riguardo. I brigatisti hanno sempre ribadito che non avevano motociclisti nell’azione di via Fani e che non avrebbero mai sparato in direzione di un testimone come invece ha fatto il passeggero della moto Honda. La vicenda della moto è il punto centrale della riapertura delle indagini su via Fani a distanza di quasi quarant’ anni  dall’evento criminoso e uno dei punti oscuri mai chiariti che potrebbe spalancare le porte per la verità che ancora manca su tutto l’affaire Moro…

 

 

 

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