a cura di Claudio Mantovani; fotografie di Beatrice Turinetto

In una lettera a Ludwig II di Baviera, datata 2 novembre 1881, un grande compositore, a dire il vero, grandissimo, scriveva: «Giudico la razza giudaica il nemico naturale della pura umanità e di tutto quanto in essa è nobile». In fondo, nessuna novità: un pensiero strisciante e velenoso che da secoli attraversava i tempi e le culture ma che ora pareva essere in grado di prendere forma, avvallato, a cominciare da Gobineau, da una schiera crescente d’intellettuali in attesa del proprio Wotan che potesse e sapesse porre rimedio a tale flagello. Già, gli intellettuali…
poco più di cinquant’anni dopo anche qui nel nostro Paese, peraltro travolto da eventi storici di fondo estranei alla propria indole naturale, come nel famoso dipinto dell’orbo che fa da guida ai ciechi verso il dirupo, furono giocoforza fatte delle scelte che non erano certamente di tutti ma portavano le firme del mondo culturale nobile di allora.
Nel luglio del 1938, in vista della promulgazione delle leggi razziali fu pubblicato, inizialmente in forma anonima sul Giornale d’Italia e quindi ripubblicato nell’agosto sulla rivista La difesa della razza, un documento oggi tristemente noto come il Manifesto degli scienziati razzisti, firmato da dieci di essi, sette delle Università di Roma, con Milano Bologna e Firenze, numero che andò presto crescendo.
Il contenuto delle leggi razziali fasciste, un insieme di provvedimenti rivolto contro le persone di religione ebraica, applicate dal 1938 e abrogate solo nel gennaio 1944 -Non si dimentichi che altre leggi terrificanti, come il noto « delitto d’onore », articolo 587 del Codice Penale, ebbe lunghissima e indegna vita: esso fu abrogato solo nel 1981!- coinvolsero tutte le istituzioni italiane, naturalmente Conservatori compresi e val la pena di ricordare che l’allontanamento degli studenti di fede ebraica in Italia avvenne addirittura in anticipo di qualche giorno rispetto all’analogo provvedimento tedesco.
Il 5 settembre 1938 apparvero i Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola, che colpì ovviamente l’insegnamento e obbligò una grande schiera di scienziati e intellettuali ad abbandonare l’Italia mentre chi rimase nel Paese dovette di conseguenza perdere la propria cattedra.
In questo tempo di discriminazione anche il Conservatorio di Torino non fece ovviamente eccezione. Esso era all’epoca guidato dal celebre Franco Alfano che a lungo si batté perché il fascismo non diventasse il padrone assoluto della nostra scuola (come nel caso delle forti ingerenze politiche di Giuseppe Blanc, l’autore di Giovinezza). Nel 1935 era stato introdotto nei Conservatori il corso di cultura militare seguito poi, tra il ’39 e il ’40 da quello di puericultura per le allieve; sempre nel ’35 divenne obbligatorio l’uso della camicia nera per i membri delle Commissione d’esame e dall’agosto del ’38 fu imposto il censimento del personale di razza ebraica, la cui sospensione dal lavoro divenne operativa dal 16 ottobre 1938 così come venne vietata l’iscrizione al Conservatorio agli allievi ebrei.
Il 2 dicembre 1938, con una Circolare, il Ministro Bottai imponeva:
«Quanto alle opere musicali classiche e moderne di autori di razza ebraica, è opportuno, dato lo spirito che anima i recenti provvedimenti sulla difesa della razza, evitare che se ne faccia uso e nell’insegnamento e nei concerti che si terranno presso i Regi Conservatori e presso gli Istituti musicali pareggiati».
L’allora segretario del Conservatorio, Edmondo De Rocco, il 30 dicembre comunicò alle società musicali che il Conservatorio « non darà il suo nulla osta a programmi di concerti contenenti musiche di autori di razza ebraica, estinti o viventi ».
Questo era il terribile clima di quei tempi.
A una nostra recente indagine sugli allievi di quegli anni (ma purtroppo relativa esclusivamente ai privatisti in quanto l’archivio degli iscritti tra gli anni ’30 e ’45 non è rintracciabile, probabilmente andato perduto nel rogo avvenuto nel 1984), sono stati individuati nei registri nove nominativi cui fu aggiunta la dicitura, più volte ricorrente, «di razza ebraica», spesso in rosso (vedi i documenti allegati che proponiamo).
Credo che sarebbe cosa lodevole se ogni Conservatorio italiano, a ottant’anni dalle famigerate leggi razziali, compisse ricerche in tal senso nei propri archivi, così da “riabilitare”, attraverso una sorta di contro censimento, tutti quei ragazzi e quelle ragazze che hanno avuto da soffrire per le nostre barbarie ideologiche.
Alleghiamo, oltre ai documenti dei nostri archivi, il testo del Manifesto sulla razza in modo che ognuno possa toccare con mano, con cuore e con occhi quello che fu il nostro passato, soprattutto oggi che il “fastidio” razziale è incoraggiato a far capolino, nuovamente, attraverso travestimenti legittimati da troppi governi.
Noi però preferiamo pensarla come Schoenberg che nel 1911 scriveva: il progresso non può mai impedire che nascano continuamente uomini che pensano il giusto.


“Manifesto degli scienziati razzisti”

1. Le razze umane esistono.
L’esistenza delle razze umane non è già un’astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti, di milioni di uomini, simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori ma soltanto che esistono razze umane differenti.

2. Esistono grandi razze e piccole razze.
Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze o che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es.: nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, l’esistenza delle quali, è una verità evidente.

3. Il concetto di razza è concetto puramente biologico.
Esso è quindi basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.

4. La popolazione dell’Italia attuale è di origine ariana e la sua civiltà è ariana.
Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola: ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L’origine degli Italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell’Europa.

5. È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici.
Dopo l’invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l’Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d’Italiani di oggi rimontano quindi nell’assoluta maggioranza a famiglie che abitano l’Italia da un millennio.

6. Esiste ormai una pura “razza italiana”.
Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione, ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.

7. È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti.
Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l’Italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.

8. È necessario fare una netta distinzione tra i Mediterranei d’Europa (occidentali) da una parte, gli orientali e gli africani dall’altra.
Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l’origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolute inammissibili.

9. Gli ebrei non appartengono alla razza italiana.
Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l’occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all’infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.

10. I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo.
L’unione è ammissibile solo nell’ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un corpo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.

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