di Gabriele Cervia

Il programma sinfonico scelto per inaugurare la nuova stagione artistica del Conservatorio di Torino, pone al centro due “ingredienti” da sempre protagonisti della creatività artistica di tutti gli scrittori del linguaggio musicale.

Il primo è l’Amore, narrato in tutti i suoi colori da Čaijkovskij in “Romeo e Giulietta”, un’ouverture orchestrale che rianima l’inchiostro delle pagine di Shakespeare immergendo l’ascoltatore nella più celebre storia d’amore impossibile. Ad aprire la scena musicale vi è un corale di fagotti e clarinetti, dai toni austeri e arcaici, che, con quel velo di onniscienza profetica caratteristico del coro greco aristotelico, annuncia l’inizio del dramma, affidato a giochi di dissonanze sempre più fitte tra archi e fiati. Si crea così una densità armonica che si infittisce in modo esponenziale, fino a sfociare nel primo tema, quello della battaglia tra Capuleti e Montecchi, famiglie rivali dei due amanti. Qui la scrittura diventa incalzante, e le vicissitudini aumentano con i vorticosi passaggi dei violini e i colpi in contrattempo di piatti e cassa, ma l’atmosfera viene placata dai legni, i quali progressivamente distendono la tensione che si è creata, lasciando al fagotto il compito di condurre il racconto al secondo tema, quello d’amore, affidato a viole e corno inglese. Ed ecco che improvvisamente si effonde un clima di serenità, che vede il passaggio della stessa melodia tra le sezioni dell’orchestra, sopra un caldo tappeto armonico degli archi. Ma l’oasi di felicità e bellezza che viene a crearsi non può durare in eterno, così d’improvviso ci si trova nuovamente tra le aspre insidie delle due casate. Le dissonanze e i contrappunti tra i suoni dell’orchestra creano una violenta massa sonora che aumenta inesorabilmente, fino a sprofondare nei forti ribattuti dei timpani, con i quali la tragedia giunge al suo culmine. Da questo momento, non resta che lasciarsi abbandonare agli ultimi echi nostalgici dei ricordi d’amore, attraverso giochi di chiaroscuro degli archi, per concludere il dramma, nonostante tutto, con una lucente sfumatura di speranza.

Attraverso questo capolavoro Čaijkovskij mette tutti noi di fronte alla grande sofferenza dell’amore irraggiungibile, quell’amore che da sempre nella storia è stato oppresso dalla società per svariate ragioni, e che dagli albori dell’Arte ha portato moltissimi intellettuali a sviscerare il proprio immenso sentimento di dolore attraverso i linguaggi espressivi. Purtroppo è triste notare come questo
tema sia centrale anche oggi, in mondo ancora incapace di accettare la bellezza di questo meraviglioso sentimento, al di là delle sue manifestazioni. E forse anche Čaijkovskij stesso, che nella sua vita è stato vittima di repressioni sociali verso la sua omosessualità, ha trovato nel dramma Shakesperiano la possibilità di estrinsecare il suo viscerale tormento.

Di tutt’altro carattere è invece il “Capriccio Spagnolo”, Suite sinfonica in cinque sezioni con il quale Korsakov ha messo in luce il secondo “ingrediente” musicale, cioè quello del folklore e della tradizione popolare. Sin dall’inizio dell’ “Alborada”, il primo movimento, l’ascoltatore viene investito da un’esplosione di suoni e colori spumeggianti, che lo conducono tra le vie di un qualunque paese della regione iberica. Attraverso la scrittura di Korsakov, che non casualmente fu descritto dai suoi allievi come “il mago del colore orchestrale”, tutti gli strumenti vengono messi in gioco sfruttando al massimo le proprie potenzialità tecniche per creare atmosfere brillanti e caratteristiche, nelle quali si sviluppano una serie di melodie di danze popolari che ruotano e variano tra i suoni dell’ensemble sinfonico. La scelta di affidare, in più punti della suite, intere melodie a singoli strumenti, o addirittura una concatenazione di cadenze, come avviene all’inizio della terza sezione tra il violino, il flauto, il clarinetto e l’arpa, connota con ulteriore realismo il quadro dipinto da Korsakov, poiché sembra effettivamente di imbattersi nei musici di strada che improvvisano balli catalani mentre ci si addentra nei sentieri variopinti del paese.

Si tratta perciò di un capolavoro che vuole esaltare la genuinità del patrimonio culturale popolare, che ha sempre avuto un’importanza parallela al contemporaneo sviluppo di una cultura artistica più aulica, pur condividendone gli stessi linguaggi e strumenti comunicativi. Nel mondo intellettuale musicale il folklore è stato e rimane tutt’ora una fonte viva e infinita dalla quale attingere idee per la creazione musicale, e questo lo dimostra il lungo percorso musicale che si è sviluppato attorno alla musica colta a partire dal Novecento. Perché, così come un compositore russo come Korsakov si è ispirato all’energia esplosiva della musica di strada spagnola, dedicandovi una composizione, allo stesso modo un cantautore genovese come Fabrizio De André ha inserito nella sua tavolozza artistica le danze medievali nonché il folklore napoletano.

L’Amore e il folklore sono quindi i due grandi protagonisti vividi e attuali del programma della serata di Santa Cecilia, riuniti in un concerto che, ancora una volta, non può che far riflettere tutti noi, musicisti e ascoltatori, sull’ attualità e l’immensità polidimensionale del linguaggio musicale.

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