a cura di Camilla Maina e Federico Mori

Ormai sembra essere diventata consuetudine per l’orchestra del Conservatorio eseguire un concerto per pianoforte: anche quest’anno in occasione di Santa Cecilia non uno, ma ben due sono i privilegiati pianisti a poter vivere il brivido di essere accompagnati dall’orchestra suonando il Concerto n°1 di Čajkovskij, rispettivamente venerdì 23 e sabato 24 novembre nel salone del Conservatorio.
Abbiamo avuto il piacere di intervistarli ed entrare in contatto con i loro pensieri ed emozioni.

David Irimescu ha 19 anni, un vero e proprio talento. Ascoltandolo suonare, ed attraverso le sue parole, si percepisce immediatamente la facilità e naturalezza che dimostra nell’affrontare l’arduo scoglio tecnico di un programma così importante.

È la prima volta che suoni con l’orchestra?
Un concerto intero sì, ero un po’ teso alla prima prova essendo, quello di Čajkovskij, un concerto molto conosciuto e quindi facilmente criticabile.

Qual è secondo te l’obiettivo del solista? Mentre suoni hai in mente una storia che vuoi raccontare?
Io personalmente cerco di essere me stesso, perché se provassi a fingere si sentirebbe, non puoi mascherare. Non ho in mente un racconto o un filo conduttore che mi guida durante l’esecuzione. Mentre suono parlo di me, sopratutto nelle cadenze, che considero un mezzo di narrazione personale. Cerco di trascendere dall’espediente tecnico in sé, non bisogna eseguire ma interpretare.

Qual è il tuo rapporto con questo concerto, suscita in te qualche immagine o colore particolare?
Verde assolutamente, verde è il colore dell’equilibrio, un po’ come l’inizio del concerto che trovo rassicurante. Il tema del secondo movimento mi fa venire in mente dei fiocchi di neve che scendono. Questo concerto evoca in me il freddo, ma un freddo diverso rispetto a quello che suscita ad esempio un altro autore come Prokofiev.
Čajkovskij vede il freddo e si scalda con le melodie, il freddo di Prokofiev prende il sopravvento sulla musica.

Che rapporto hai con il pubblico, ti alieni da esso o ne trai energia?
Traggo energia dal pubblico, penso che in relazione a chi hai davanti il tuo modo di suonare cambi, quasi senza accorgertene. Mi è capitato di esibirmi davanti a poche persone e l’effetto è completamente diverso. Un salone pieno di pubblico influenza anche il modo in cui ti descrivi, ad esempio nelle cadenze; è vero che questa situazione crea più tensione, ma secondo me è necessaria per fare musica.

C’è una parte del concerto che ti piace particolarmente suonare? E cosa trovi di interessante nei temi dell’orchestra?
Mi piace suonare i temi lenti del secondo movimento e trovo molto belli i climax dell’orchestra. In questo concerto ovviamente si sente un continuo scambio di fraseggio tra pianoforte e orchestra, in continuo reciproco dialogo.

È la prima volta che per Santa Cecilia due pianisti diversi suonano lo stesso concerto, che effetto ti fa esserne parte?
Dal punto di vista del pubblico trovo che sia un’occasione unica. Far suonare due versioni diverse del Concerto n° 1 per pianoforte di Čajkovskij credo sia un motivo che possa spingere il pubblico a venire ad ascoltarlo entrambe le serate. Forse per i due solisti può essere motivo di tensione, ma è normale visto che verranno offerte due tipi di interpretazione diversi che saranno testimonianza della varietà e della fantasia che la musica permette di esprimere.


 

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