a cura di Camilla Maina e Federico Mori

Ormai sembra essere diventata consuetudine per l’orchestra del Conservatorio eseguire un concerto per pianoforte, anche quest’anno in occasione di Santa Cecilia non uno, ma ben due sono i privilegiati pianisti a poter vivere il brivido di essere accompagnati dall’orchestra, rispettivamente il 23 e il 24 novembre nel salone del Conservatorio.
Abbiamo avuto il piacere di intervistarli ed entrare in contatto con i loro pensieri ed emozioni.

Simone Ivaldi, 24 anni, un suono maturo e travolgente, in grado di far vivere al pubblico atmosfere dolci quanto epiche. Il suo approccio alla materia musicale risulta “fresco” e al passo con i tempi, in linea con i suoi pensieri.

È la prima volta che per Santa Cecilia due pianisti diversi suonano lo stesso concerto, che effetto ti fa esserne parte?

Sicuramente coinvolge molto l’orchestra e il direttore, per il solista cambia poco. Alla fine è ciò che accade nella finale dei grandi concorsi come ad esempio il concorso Čajkovskij, dove può capitare che l’orchestra si trovi a dover suonare per sei volte proprio questo concerto accompagnando sei pianisti diversi.

 

Perché hai voluto studiare in Concerto N° 1 di Čajkovskij?

Credo che quando si scelgono i brani da studiare sia necessario sceglierne sempre qualcuno che possa portare a fare un salto in avanti dal punto di vista tecnico, ormai lo studio da un pò, piano piano porta molte soddisfazioni e ti fa fare un salto di qualità. È un concerto che ti permette tirare fuori una “montagna di suono”.

 

Secondo te la bravura di un musicista sta nella maestria tecnica o nella sua forza espressiva?

Secondo me è l’unione delle due cose: l’importante è essere convincente a tuo modo con qualsiasi mezzo che sia tecnico o espressivo. L’originalità è un fattore importante quanto molto delicato, spesso si cade nell’ostentare scelte apparentemente “originali” che si rivelano poco funzionali e solide. Quando uno è convinto di ciò che fa al pubblico piace.

 

C’è qualche tema particolare che preferisci suonare?

L’inizio è sicuramente uno dei miei momenti preferiti, gli accordi che spalancano il pianoforte come per preparare all’inizio di una vera e propria esperienza sonora.

 

Qual è il tuo rapporto con questo concerto, suscita in te qualche immagine o colore particolare?

Si: in Čajkovskij si sentono dei legami con la tradizione russa. Nel secondo tempo mi viene in mente una scena operistica che nasce da un dialogo dolce del flauto con l’orchestra. Nel secondo tema del primo tempo, immagino un momento molto poetico: la tonalità è si bemolle minore e il tema comincia con re bemolle (Des in tedesco). Durante una masterclass un insegnante mi ha raccontato che quel tema si riferisce alla presunta storia d’amore tra il compositore e una donna di nome Désirée, da quel momento mi sento influenzato da questa immagine.

 

C’è qualche tema dell’orchestra che ti piace particolarmente ascoltare?

È molto bello l’intermezzo orchestrale a metà del primo tempo, prima del secondo passo di ottave, ed è anche una delle cose che più è migliorata durante le prove. Se l’orchestra carica tanto e fa crescere il suono anche il solista suona meglio.

 

Secondo te qual è il ruolo del musicista classico nel 2018?

Non voglio cadere nei cliché ma credo che dipenda molto dal paese in cui si vive. Bisogna saper adattarsi alla contemporaneità, ormai forse solo un centinaio di persone in tutto il pianeta può vivere facendo il concertista. Un bravo musicista deve essere anche un bravo didatta secondo me, insegnare è un passaggio obbligato, inoltre anche aprirsi alla “nuova musica” è molto importante: a me piacciono molti tipi di musica, dal pop all’elettronica, che tre l’altro mi piace anche creare; sicuramente però dal vivo preferisco ascoltare musica classica piuttosto che altri generi.

Osservando la storia della musica si può notare che una volta la culla della musica classica era in Europa: Germania, Italia, Francia e Russia, ora forse questa culla si è spostata verso l’America ed ha portato alla nascita di un tipo di musica generalmente sicuramente più semplice da comprendere rispetto a quella che viene composta oggi in in Europa: la musica che può sembrare di “facile fruizione” non va sottovalutata.

Credo infine che i social e Intenet in generale siano dei fattori da tenere in grande considerazione per la vita di un musicista e che abbiano molti lati positivi ma anche negativi: ormai per ascoltare qualsiasi cosa bastano due clic, e purtroppo molto spesso un brano o un concerto sentito su YouTube coincidono con un concerto a cui non si va.

 

Cosa penserai i cinque minuti prima di salire sul palco?

Io cerco di non pensare tanto e soprattutto di non pensare alle note, meglio tracciarsi in testa una mappa con dei punti di riferimento. Non pensare a nulla sarebbe l’ideale.


 

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