di Matteo Montrucchio

No, non è un refuso: l’arte è un bene universale, di tutti. Quindi la domanda non è se l’arte appartiene (“degli”) agli italiani, ma se gli italiani la considerano (“negli”) come parte della loro storia attuale. “L’arte è italiana. Ma è negli italiani?” Questo titolo non riassume il contenuto dell’articolo, ma dovrebbe essere invece posto a fine lettura come uno spunto di riflessione sulle cause degli eventi di cui l’articolo stesso parla.

 

Non penso dovrebbe essere compito mio informare i miei colleghi della situazione politica ed economica del Bellini di Catania, e ne farò quindi un sunto al fine di sensibilizzare i meno informati.

Poche settimane fa ho discusso la mia Tesi Triennale in Clarinetto, e subito dopo, da neo-laureato, ho appreso le ultime notizie sulla situazione economica del Bellini: il Teatro catanese, già da anni in difficoltà, è stato destinato alla chiusura, in seguito alla previsione di 0€ nel bilancio della Regione Sicilia. A differenza di altri teatri che godono anche di finanziamenti privati, quello di Catania vede come unico “sponsor” la Regione (altri finanziamenti esistono, ma in bassa percentuale), così che le attività sono state temporaneamente sospese per il mese di ottobre a causa della mancanza di fondi. Proteste dei dipendenti, flash mob, messaggi pubblici di vicinanza giunti sia da altri teatri sia da personaggi di rilievo, azioni sindacali … vista la grande mobilitazione finalmente in questi giorni è arrivato il raggio di sole nella nebbia dell’incertezza: per il prossimo anno sono stanziati 13 milioni di euro, con annesse raccomandazioni e proposte del presidente della Regione Musumeci, che addita come colpevoli della situazione attuale i precedenti governi e l’amministrazione artistica.

Ma questo non è un articolo di cronaca: è di altro che vorrei provare a parlare.

 

Come immagino sia affiorato dalle righe finora scritte, penso che uno dei principali problemi dell’Arte in Italia sia legato al fatto che le scelte della classe dirigente sono troppo condizionate dalla vita politica esterna all’arte.

 

Ma che dire dei giovani? Di noi studenti? Noi pure soffriamo di queste mutilazioni, e chi di noi non lo fa non ha presente la situazione. Con che coraggio continuiamo a studiare uno strumento, o il canto o arte scenica sapendo che molto probabilmente nel panorama lavorativo non c’è un posto per noi? Ben vengano i grandi sogni che si nutrono di passione e forza di volontà, ma con i sogni non si guadagna da vivere; senza contare che oltre al necessario per sopravvivere fisicamente sarebbe auspicabile poter contare su un posto di lavoro guadagnato col proprio sudore (ci mancherebbe altro), fornito da uno Stato culturalmente ricco come l’Italia. Invece nella migliore delle ipotesi ci si ritrova in qualche Paese estero a ricoprire il ruolo che siamo riusciti a conquistare col coltello tra i denti, o infine ci si “riduce” ad insegnare. E uso il verbo ridursi perché insegnare è ben diverso dal trasmettere: gli insegnanti di cui parlo io, che insegnano riversando tutta la loro frustrazione sugli allievi, sono ben diversi dai Maestri che trasmettono conoscenze e competenze diventando punti di riferimento dei ragazzi.

Chiaramente qualcuno “ce la fa”, riesce ad avere ciò che vuole dove vuole: non saprei esprimere con un numero, ma di certo una percentuale molto bassa rispetto a chi ci prova e ha le carte in regola per farlo.

 

Ma considerando l’argomento iniziale in modo globale, la mia riflessione presente nel precedente paragrafo viene fatta solo dal punto di vista dei musicisti, senza considerare l’indotto che verrebbe meno: alberghi, ristoranti ed altri esercizi commerciali che traggono vantaggi dagli spostamenti degli artisti. In questo periodo sto “provando” le mie prime audizioni, e mi accorgo di come una semplice audizione per eventuale contratto a tempo da clarinetto di fila in un’orchestra di medio livello sposti una gran quantità di persone, un’ottantina ogni volta, creando l’indotto di cui parlavo poche righe sopra. Una situazione simile soltanto per una singola audizione, quindi bisogna considerare le audizioni indette per ogni strumento. Ma ancora non basta: bisogna aggiungere alle occasioni straordinarie anche le situazioni comuni, fatte di musicisti, attori, cantanti, séguiti, dipendenti d’ufficio e spettatori che usufruiscono degli esercizi commerciali della città. Non avremo la pretesa noi artisti di avere bar, ristoranti o alberghi che dipendono unicamente da noi, ma sicuramente una buona parte degli incassi di quelli limitrofi al Bellini risentirebbero molto della chiusura del Teatro.

O ancora, accantonando gli esercizi commerciali, si possono considerare gli impiegati d’ufficio: questi ultimi essendo dipendenti pubblici verrebbero trasferiti in altre istituzioni, quindi gli attuali dipendenti non ne trarrebbero personale svantaggio. Ma come nel nostro campo anche per loro non ci potrebbero essere nuove assunzioni, perché verrebbe meno la causa stessa dell’assunzione, creando così una mancanza anche nell’ambito impiegatizio amministrativo e burocratico.

 

Non sarebbe interessante una manifestazione di sensibilizzazione promossa proprio da noi studenti? Credo che il migliore oratore sia la Musica stessa, apolitica e apartitica: semplicemente Arte.

 

Gli spunti di cui parlavo all’inizio?

E se il teatro avesse maggiori incassi con le sue forze? E se ci fossero più cittadini medi alle rappresentazioni? E se la gente fosse più interessata all’Arte? E se la popolazione fosse più istruita culturalmente dalla scuola dell’obbligo?

E se l’arte fosse negli italiani?

One thought on “L’arte è italiana. Ma è negli italiani?”

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