di Carlotta Petruccioli

“Io Ti dico che non c’è per l’uomo preoccupazione più tormentosa che quella di trovare qualcuno al quale restituire, il più presto possibile, quel dono della libertà che il disgraziato ha avuto al momento di nascere. […] Invece di impadronirti della libertà degli uomini, Tu l’hai accresciuta ancora di più! O forse avevi dimenticato che la tranquillità, e perfino la morte, è più cara all’uomo della libera scelta nella conoscenza del bene e del male? Non c’è nulla di più allettante per l’uomo che la libertà della sua conoscenza, ma non c’è neanche nulla di più tormentoso. […] Invece di impadronirti della libertà umana, l’hai moltiplicata, e hai oppresso per sempre col peso dei suoi tormenti il regno spirituale dell’uomo.”

Si tratta di un frammento di un “poemetto” che Ivàn Karamazov declama al fratellino Alëša e che racconta, con sguardo cinico e sfiorando, come dichiarato dall’autore stesso, l’assurdo, l’incontro tra “il grande inquisitore” e, nientemeno, Dio. E’ soltanto una delle numerose riflessioni filosofico-teologiche che Dostoevskij inserisce ne I fratelli Karamazov. Queste direi che sono di gran lunga le parti più interessanti di un libro già straordinario e mi hanno permesso di pensare seriamente al ruolo, nella nostra vita, della religione, delle convenzioni sociali e, per l’appunto, della libertà.
In questi mesi è stato relativamente semplice.

Finché tutto era chiuso e non si poteva uscire, come tutti trovavo ovviamente faticosa la situazione: chiunque attorno a me (dagli insegnati di Conservatorio a quelli di yoga) riteneva che io avessi un sacco di tempo e nulla da fare e di conseguenza pensava suo dovere “riempire” la mia giornata e come tutti avevo paura per la mia salute e per quella dei miei cari, ma non ero obbligata a scegliere, mai. La mattina mi alzavo, facevo una veloce colazione, mi collegavo e iniziavo le lezioni on-line. A pranzo scendevo al piano di sotto e mangiavo con i miei genitori. Nel pomeriggio altre lezioni, altri compiti. Alla sera, finalmente, spegnevo il computer, mi stiracchiavo, tornavo in posizione eretta e per quel giorno avevo finito. Dopo cena un bel film e poi tutti a nanna. Per il mio compleanno ci siamo fatti consegnare una torta, i regali sono stati recapitati dal corriere in ritardo e quando ho spento le diciotto candeline che, come tutti, ho aspettato a lungo, beh, c’erano solo i miei genitori. Ovviamente avevo pensato la mia festa in modo diverso, eppure…ero tranquilla, non dovevo scegliere, non era compito mio.

Ora c’è la possibilità di muoversi, seppure con restrizioni. Sono tornata a Torino per un funerale e ho rivisto alcuni amici e parenti. Passare per le vie dalla mia città, vedere le persone care, mi ha fatto provare una profonda nostalgia per le piccole cose. Mi è venuta una voglia fortissima di passeggiare guardando le vetrine, mangiare un bel gelato e magari girare per il centro cercando un regalo per un’amica. Perfino scegliere che orecchini abbinare alla collana è stato entusiasmante. Ora è tutto diverso: a colazione mi viene in mente che tutto sommato potrei fare un salto dai miei cuginetti (come mi mancano!), quando apro il computer penso che alla fin fine che male potrebbe fare uscire per un’oretta in cerca di un gioiello o un romanzo appassionante (non voglio che la mia migliore amica non riceva nulla per il suo compleanno!), a pranzo quasi mi decido ad andare in quell’alimentari etnico in cui troverei la farina di tapioca (che non posso ordinare online, perché nei supermercati si trova solo il misto mais e tapioca!). Nel pomeriggio restare in casa e negarmi il gelato di cui ho tanta voglia è quasi impossibile. Alla sera sono davvero stremata. Ho passato tutta la giornata a scegliere di stare in casa. Non sono più obbligata a non uscire finché non sono in fin di vita, ora devo decidere di non farlo.

In questa fantomatica “fase 2” dobbiamo tutti optare per restare a casa, anche quando ci sembrerà che uscire non sia così grave. Dovremo uscire solo quando strettamente necessario e, soprattutto, farlo rispettando tutte le misure di sicurezza. Dovremo tenere la mascherina, anche se dopo poco avremo la bocca impastata e respireremo faticosamente. Dovremo tenere i guanti, anche se le mani suderanno e quando li toglieremo i polpastrelli saranno raggrinziti come dopo ore e ore di piscina. Adesso, solo adesso, siamo chiamati a scegliere. Ora si vedrà chi riuscirà a far leva sulla propria forza di volontà, chi riuscirà a restare padrone di se stesso, un padrone rigoroso e coscienzioso.

Una delle poche cose positive di questa pandemia è stato il fatto che si sia formata una sorta di identità nazionale e, forse, una coscienza mondiale. Siamo tutti più solidali. I più ricchi si offrono di pagare medicine a chi non può permetterselo, alcuni propongono perfino di pagare il vaccino all’intera umanità. Le persone comuni si aiutano andando a fare la spesa a turno, devolvono i propri abbonamenti a enti lirici, creano associazioni a sostegno di anziani e senzatetto e i ragazzi imparano a scuola come preparare il gel igienizzante in laboratorio per donarlo a chi non può comprarlo. Per non parlare di volontari, medici in pensione che sono tornati in servizio, paramedici e ricercatori. In questo momento è nostro dovere mantenere questo livello di responsabilità civile e, soprattutto, trovare un modo per non sprecare ciò che, ora come non mai, appare raro e prezioso: la nostra vita. Come dice Ivàn: “Poiché il segreto dell’esistenza non consiste solo nel vivere, ma nel sapere per cosa vivere”.

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