di Danilo Ionadi

Non starò a fare sviolinate (e il termine ci vuole, visto il tema) sull’importanza dell’arte nella società e nell’animo di chi quella società la compone e cioè gli individui. Non lo farò non perché releghi il ribadirlo a mera “sviolinata” ma perché voglio credere che tale importanza sia unanimemente riconosciuta. Vorrei concentrarmi invece su un altro aspetto. In marzo teatri, auditorium, sale da concerto, cinema e musei vennero chiusi davanti all’impellente bisogno di limitare i contatti sociali in quanto occasioni di trasmissione di un virus che ha a poco dire messo in ginocchio il nostro sistema sanitario e poche timide proteste si levarono allora. Perché oggi la situazione non è più la stessa? Perché, tolta la solita motivazione che in marzo della pericolosità del virus si sapeva poco – motivazione vera ma fino a un certo punto – all’epoca, effettivamente, mancavano dispositivi di protezione individuale, linee chiare e univoche su quali fossero le più efficaci misure di prevenzione e addirittura, se ce lo ricordiamo, mancavano anche i disinfettanti nelle farmacie, spariti forse ancor prima del lievito dagli scaffali dei supermercati.

La situazione è evoluta, per fortuna, e del virus si è cominciato a capire di più e quindi a trovare misure idonee a combattere il rischio di trasmissione e in conseguenza anche le stringenti restrizioni sono andate via via allentandosi. Tante strutture si sono attrezzate e fino a poco fa anche i teatri, gli auditorium, i cinema, insomma i luoghi della cultura hanno potuto riaprire rispettando il limite di 200 posti (discutibile finché vogliamo) e le altre misure di prevenzione. Ha funzionato tutto ciò? Sì. 2872 spettacoli, 347.262 spettatori e in quattro mesi un solo positivo (fonte: AGIS). Finalmente si è trovata la strada. No, mi correggo, evidentemente no. Quello spettatore risultato positivo deve aver pesato tanto, ma tanto, che siamo costretti ora a richiudere tutto. Cinema, auditorium, sale da concerto: tutti i luoghi della cultura nel nostro Paese. Questa decisione appare sconcertante perché oggi, in ottobre e non più in marzo, non è più in discussione il bilanciamento fra il diritto di accesso ai luoghi della cultura e il diritto alla salute, bilanciamento che, come è ovvio, va risolto in favore del secondo, perché le misure adottate hanno dimostrato senza mezzi termini che i luoghi più sicuri sono proprio i teatri, i cinema, gli auditorium, luoghi in cui è praticabile il massimo distanziamento (e si pensi a teatri come il Regio che hanno avuto sinora il limite di 200 spettatori!), l’utilizzo delle mascherine, la disinfezione delle mani, eccetera. Luoghi che hanno ospitato in quattro mesi 347.262 spettatori con un solo soggetto risultato positivo. Lo 0,0003%, approssimato per eccesso, per gli amanti dei numeri. Sfugge quindi la ragionevolezza della decisione, che, da un lato, sacrifica economicamente un intero settore e, dall’altro, impedisce a tutti noi l’accesso ai luoghi della cultura nel nostro Paese – e cioè, ribadiamolo pure, ai luoghi che si son dimostrati più sicuri – senza che da questo sacrificio possa derivare beneficio alcuno.

In questi mesi, infatti, molte libertà, da quella personale a quella di iniziativa economica, sono state limitate, compresse, ma queste limitazioni hanno portato il risultato sperato, la diminuzione della curva dei contagi in aprile e maggio, e perciò solo in pochi ne hanno messo in discussione la ragionevolezza. La ragionevolezza di decisioni importanti come queste, infatti, deve essere valutata in relazione rapporto che intercorre fra il sacrificio imposto ed il beneficio prospettato. È proprio per questa ragione che appaiono stentate le risposte del Ministro Franceschini, il quale mostra la curva dei contagi a giustificazione della scelta, se a mancare è proprio il nesso di causalità fra l’apertura dei teatri e l’incremento della curva dei contagi. E non mi si risponda che è davvero per quell’unico positivo su centinaia di migliaia di spettatori che questa misura è stata partorita. Né, davanti all’appello del Maestro Muti, appaiono più esaustive le risposte del premier, il quale si limita a parlare di decisione sofferta ma necessaria, non rispondendo proprio nel merito di detta necessità, non argomentando l’esistenza di un rapporto di causalità con l’aumentare dei contagi ma limitandosi ad asserire che quello dello spettacolo è un settore che contribuisce a “generare assembramenti e aggregazione di persone” (G. Conte sul Corriere della Sera, 27/10/2020, pag. 17), posizione assai difficilmente argomentabile (ed infatti, nel merito, non argomentata) dato il limite dei 200 posti anche nei teatri più grandi (prima facevo riferimento al Regio per la nostra città) e la conseguente facilità ed efficacia con cui le misure di prevenzione sono state poste in essere sinora.

Proprio adesso che i dati ci hanno mostrato la sicurezza di quei luoghi, essi vengono chiusi, senza alcuna argomentazione nel merito circa la ragionevolezza della decisione. Ragionevolezza da cui non si può prescindere per decisioni così importanti, perché i profili critici della chiusura dei luoghi della cultura non si limitano solo al valore simbolico, come invece sembra aver inteso il Ministro Franceschini, che davanti al valore simbolico della chiusura dei teatri oppone, facilmente, la gravità della situazione sanitaria, ma vanno ben oltre. E se l’augurio era che una decisione presa con sì tanta fretta e sì poco senno potesse essere rivalutata alla luce delle considerazioni fatte da tutto il mondo dell’arte, con la caduta nel vuoto di ogni appello resta soltanto la desolazione ben riflessa da un palco vuoto e una platea deserta.

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